Brogi, Daniela. Giovani. Vita e scrittura tra fascismo e dopoguerra.

Palermo: duepunti, 2012.

Oggi ‘essere giovani’ significa godere di un privilegio acquisito, della facoltà d’incarnare un modello a cui sembra si debba aspirare, non per ragioni di tipo etico, ma perché riuscire ad aderirvi rappresenta un obiettivo in sé – almeno fra quanti, indipendentemente dai dati anagrafici, hanno imparato a misurare il loro grado di realizzazione personale anche e soprattutto attraverso le immagini che i social-network restituiscono di loro stessi. Se l’avvento del 2.0 ha profondamente influenzato la nostra percezione del mondo, lo stesso vale per l’idea che abbiamo sviluppato quanto all’incidenza dei nostri gesti nel mondo, laddove le incombenze di ognuno smettono di essere virtuali, provocando un ribaltamento di parametri potenzialmente problematico, specie per chi si è disabituato a valutarne la portata in termini di responsabilità individuali. Dapprima, il tempo immateriale di internet ha permesso d’intervenire sulla diacronia sensibile fino a farne una sorta di instante sospeso, desunto da vincoli di natura corporea; poi, però, all’illusione di una continuità ancora pensabile è subentrata la sensazione che nessuna durata potesse davvero resistere agli assalti della rete, fondata su logiche niente affatto consequenziali, e non di rado in sintonia col funzionamento – falsamente democratico – dell’imprenditoria di massa. È proprio a quest’altezza che risalgono, da un lato, l’abolizione della progettualità intesa quale conditio sine qua non dell’identificazione dei singoli in seno ad una collettività, dall’altro, l’opzione per una maturità di facciata, priva di obblighi nei confronti di terzi.

Dovute a motivi che hanno a che fare col progresso tecnico-scientifico dell’ultimo ventennio, senza pertanto derivarne in maniera esclusiva, entrambe queste condotte stanno finendo col pregiudicare la relazione che ciascun soggetto intrattiene con la propria storia e, di conseguenza, con la Storia. Ciò detto, benché il loro impatto possa sembrarci irreversibile, esso non esclude la possibilità di un ‘ritorno al passato’. A ben guardare, infatti, una simile inversione di tendenza potrebbe prodursi, sia tramite l’indebolimento di tutti quei dispositivi che paiono doverne impedire l’immediato reificarsi, sia tramite un recupero di strategie comportamentali desuete, suscettibili di promuovere una forma di disobbedienza consapevole – e consapevolmente rivolta contro i tentativi più gravi di mistificazione del reale. Pur non auspicandone esplicitamente l’avvento, nell’introduzione al suo nuovo libro Daniela Brogi ci raccomanda d’interpretare in quest’ottica, non solo la successione dei saggi che vi sono raccolti, ma anche ed in particolar modo gli autori e le opere che vi sono dibattuti. Compresi nell’intervallo che va dalla salita al potere di Mussolini al secondo dopoguerra, questi forniscono lo spunto per discorsi di più ampio respiro, lasciando intendere che al di là del lavoro di ricognizione e delle analisi del testo propriamente dette, l’interesse del volume risiederebbe nella sua (in)attualità, ovvero nell’appartenere contemporaneamente al filone della critica militante che ne ispira i propositi, così come a quello della ‘letteratura impegnata’, fatta di solide impalcature argomentative e impercettibili variazioni sul tema.

Sì, perché pur non teorizzando quella che si potrebbe definire un’‘azione concreta’, i capitoli che ne scandiscono la riflessione prendono le mosse dall’approfondimento di trascorsi la cui educazione sentimentale si è fatta di pari passo con la pedagogia politica, e mettono al centro percorsi senza dubbio poco canonici, ma proprio per questo rivelativi di un paesaggio culturale troppo spesso livellato sull’uso che ne suggeriscono i manuali di scuola. In questo senso, non stupisce che tra le fonti prese in esame figurino, da una parte, la produzione di coloro che – “disperatamente vitali nella difesa di un progetto di cambiamento” (7) – hanno sfruttato il periodo interbellico per investigare la nozione d’interventismo, svuotandola d’ogni eventuale apparato di circostanza, dall’altra, il corpus eterogeneo degli scrittori italiani ‘presi nel vortice della Resistenza’, tesi a dar conto con le parole di un guazzabuglio d’antinomie. Testimoni diretti delle vicende narrate, i secondi si prestano ad un excursus importante: quello dedicato all’enunciazione di una poetica il cui adempimento avrebbe segnato per molti il passaggio all’età adulta. Siamo avvertiti: “lungi dal riguardare riduttivamente l’ambito della biografia […] o […] dell’ideologia” (10), è questo un elemento sostanziale, passibile d’investire d’emblée il campo della retorica. Da Calvino a Cassola, da Fenoglio a Pasolini, i diversi contributi intorno ai quali si organizzano le tesi esposte nelle primissime pagine tentano in effetti di meditarne i corollari; con uno stile asciutto, ma mai ‘distaccato’, essi dettagliano un’intuizione che Daniela Brogi aveva già condiviso, ma in articoli a cui non è più possibile guardare, se non come ai disegni preparatori di una pubblicazione solida, estesa ed opportunamente documentata – qual è quella edita presso duepunti, in una collana che rende giustizia agli sforzi intrapresi.

 

Guido Furci (Paris)

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