Mobile Mappings della letteratura e degli studi letterari: la poetica del movimento nei TransArea Studies

In un mondo à la dérive

Amin Maalouf, romanziere e saggista, nato a Beirut e ‘pendolare’ tra Parigi e l’Ile d’Yeu, ha illustrato in modo spietato, nella sua analisi di un mondo allo sbando, pubblicata nella primavera del 2009 con il titolo Le dérèglement du monde, tutte quelle insidie che, all’inizio del ventunesimo secolo, hanno portato l’umanità sull’orlo del precipizio. Già dalle prime righe, dall’incipit di questo straordinario saggio, si riconoscono le dimensioni della riflessione di Maalouf:

Nous sommes entrés dans le nouveau siècle sans boussole.

Dès les tout premiers mois, des événements inquiétants se produisent, qui donnent à penser que le monde connaît un dérèglement majeur, et dans plusieurs domaines à la fois – dérèglement intellectuel, dérèglement financier, dérèglement climatique, dérèglement géopolitique, dérèglement éthique. (Maalouf 2009, 11)

Ci si aspetterebbe, dopo questa introduzione, una visione profondamente pessimistica di un pianeta e di una società mondiale irrimediabilmente à la derive – secondo la metaforologia della battuta iniziale –, ma ci si trova, invece, a doversi ricredere ben presto nel corso di questo volume, il cui sottotitolo annuncia l’esaurimento delle civilisation. Infatti Amin Maalouf in Le déréglement du monde – che a tratti si presenta come una rettifica indignata seppur pacata dell’altrettanto famoso e famigerato libro di Samuel P. Huntingtons Clash of Civilizations (1996), ‘scontro’ a cui l’amministrazione statunitense di George W. Bush sembrava dirigersi, come in una self-fulfilling prophecy, con le sue antagonistiche strutture di pensiero imperturbate e imperturbabili – ha come obiettivo di mostrare quei punti di orientamento e quella bussola, con cui la planetaria nave dei folli potrebbe riorientarsi. Difatti, diversamente da Huntington, per Maalouf non si tratta di una costruzione ideologica, che non trova riscontro in nessuna teoria effettiva, di blocchi culturali omogenei rigidamente contrapposti, bensì di una comprensione differenziata del duraturo processo di una globalizzazione, dalle implicazioni culturali a lungo sottovalutate e che nell’attuale crisi finanziaria rischiano di essere messe di nuovo in secondo piano dal dibattito economico-politico sulle somme miliardarie in gioco. Saranno tuttavia queste dimensioni culturali conflittuali – e le riflessioni di Maalouf non lasciano alcun dubbio in merito – a determinare in modo sostanziale il futuro dell’umanità.

Che il grande scrittore libanese, insignito nel 1993 del più importante premio letterario francese, il Prix Goncourt,per il suo romanzo Le rocher de Tanios, veda la dimensione culturale quale dimensione decisiva per il presente e il futuro di una umanità che minaccia sempre più se stessa, non può certo stupire particolarmente. Quale importante, anzi addirittura fondamentale ruolo l’autore di Léon l’Africain assegna peraltro proprio alla letteratura, appare evidente già a partire dal motto di William Carlos Williams anteposto all’intero volume. Esso mette in risalto, nella forma concisa della poesia, il ‘sapere sul vivere’ (Lebenswissen) della letteratura nel senso del ‘saper vivere e sopravvivere’ (ÜberLebenswissen) dell’umanità:

Man has survived hitherto

because he was too ignorant to know

how to realize his wishes.

Now that he can realize them,

he must either change them

or perish. (Williams 1991)

Secondo Maalouf è fondamentale osservare gli ‘altri’ non più dalla prospettiva degli eterostereotipi, ovvero così come ci vengono dipinti dai costrutti ideologici, religiosi o delle culture di massa, bensì scorgendone più a fondo l’intimità da diversi punti di vista, con altri occhi per così dire – con gli occhi di molti altri:

Ce qui ne peut se faire qu’à travers leur culture. Et d’abord à travers leur littérature. L’intimité d’un peuple, c’est sa littérature. C’est là qu’il dévoile ses passions, ses aspirations, ses rêves, ses frustrations, ses croyances, sa vision du monde qui l’entoure, sa perception de lui-même et des autres, y compris de nous-mêmes. Parce que en parlant des ‘autres’ il ne faut jamais perdre de vue que nous-mêmes, qui que nous soyons, où que nous soyons, nous sommes aussi ‘les autres’ pour tous les autres. (Maalouf 2009, 206)

Maalouf vede proprio in questa rivalutazione della letteratura la possibilità di trovare la via d’uscita da quella “ère sinistre”, nella quale un’“inculture” di massa è diventata segno dell’autentico, un atteggiamento che, oltre ad incidere in modo assai dannoso sulla formazione delle strutture democratiche, implica pure, tacitamente e in paradossale conformità con una tradizionale mentalità elitaria, la concezione secondo la quale una complessa comprensione culturale è riservata soltanto ad una ristretta classe dirigente, mentre si può liquidare o placare il ‘resto’della popolazione – la maggioranza – con carrelli colmi, slogan semplicistici e divertimenti a buon mercato (ibid., 207). La letteratura di un Amin Maalouf si rivolge instancabilmente contro questo stato di cose, nella consapevolezza di produrre con la propria scrittura una specifica conoscenza della vita e nella vita (cfr. Maalouf 2008). Ma in che modo la critica può recepire questo sapere letterario? E soprattutto gli studi culturali e letterari sono in grado di contrastare, con le dovute argomentazioni, un ruolo della letteratura apparentemente sempre più marginale?

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