Mobile Mappings della letteratura e degli studi letterari: la poetica del movimento nei TransArea Studies

Del sapere (e) del movimento

La questione dello specifico sapere letterario è, da alcuni anni, al centro dell’attuale dibattito critico-letterario (cfr. tra gli altri Hörisch 2007; Klausnitzer 2008; Ette 2004). Questo fatto si potrebbe facilmente mettere in relazione con quella tendenza, sempre più evidente negli studi culturali e umanistici, che ha visto subentrare alla tematica della memoria, finora dominante, la problematica del sapere indipendentemente dal fatto che si voglia parlare o meno di un significativo cambiamento di paradigma dal punto di vista storico-scientifico.

La questione del sapere letterario è, non da ultima, – e anche le riflessioni di Amin Maalouf si muovono in questa direzione – la questione della rilevanza sociale, politica e culturale di questo sapere all’interno delle attuali e diversificate società dell’informazione e (ancor più) delle società della conoscenza. Cosa vuole dunque, cosa può la letteratura?

A me pare, infatti, che non vi sia un modo migliore e più completo della letteratura per accedere ad una comunità, ad una società, ad una cultura. Poiché essa ha raccolto, attraverso secoli, nelle più diverse Areageoculturali un sapere sul vivere, sul sopravvivere e sul convivere, la cui caratteristica è quella di non essere né metodico, né disciplinare, né specialistico in quanto dispositivo di sapere. La sua capacità di mettere a disposizione dei lettori e delle lettrici il suo sapere in quanto sapere esperienziale, in cui ci si può immedesimare passo dopo passo, che si può rivivere e dunque viepiù acquisire, permette alla letteratura di poter raggiungere gli uomini, e di poter avere efficacia, anche attraverso grandi distanze temporali e spaziali.

Al contempo la letteratura è concepita per poter essere interpretata nei modi più diversi, quindi per dispiegare quel cosmo della pluridiscorsività, le cui coordinate sono emerse con una chiarezza sempre maggiore a partire dalle riflessioni di Michail Bachtin (1979). La letteratura è dunque il terreno di gioco della multilogica, in quanto essa consente, anzi, mette nelle condizioni di dover pensare contemporanemante secondo logiche diverse. La sua fondamentale ambiguità, la sua polisemia, determina lo sviluppo di strutture e strutturazioni polilogiche, che non mirano all’acquisizione di un unico stabile punto di vista, bensì a movimenti della comprensione in continuo mutamento e rinnovamento.

La letteratura fa emergere la parte mobile del sapere, anzi in quanto parte mobile del sapere, fa sì che vengano sperimentate sempre nuove connessioni tra i più svariati ambiti e segmenti del sapere di una, di più, di molte comunità e società. La letteratura è dunque un sapere in movimento, la cui struttura multilogica è di importanza vitale per il mondo del ventunesimo secolo, la cui sfida più grande si direbbe sia, senza dubbio, una globale convivenza nella differenza e nella pace. Infatti, la letteratura consente, entro il serio gioco dei suoi esperimenti, poggiati su basi estetiche e poetologiche di volta in volta diverse, di verificare e perfezionare un pensiero simultaneo in circostanze e logiche diverse dal punto di vista culturale, sociale, politico o psicologico. Ma in che modo la ricerca filologica può studiare questi multilogici “passaggi di confine” (Grenzgänge) della letteratura e tradurli nella/e società?

Senza dubbio è tempo di promuovere una poetica del movimento nell’ambito della letteratura e degli studi culturali. Da una odierna prospettiva si può fondatamente affermare che nel postmoderno i fondamenti temporali storico-cronologici del nostro pensiero e della nostra elaborazione della realtà, tanto dominanti nella modernità europea, sono diventati più deboli, mentre al contempo hanno palesemente acquisito importanza concetti e modi di pensare, ma anche modelli percettivi e specifiche modalità d’esperienza, di ordine spaziale. Almeno a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta sono stati elaborati nuovi concetti spaziali, dei quali i progetti di Edward W. Soja (1989) sono forse la manifestazione più convincente. Sullo sfondo, nell’area di lingua tedesca, di un rapporto certamente problematico con lo spazio per motivi storici comprensibili, la particolare congiuntura tedesca che ha portato ad una svolta verso la dimensione spaziale – così come auspicato, in particolare, dallo storico Karl Schlögel con la sua sollecitazione ad uno “spatial turn, finalmente” (Schlögel 2003, 60) – segue però un orientamento che di certo, nel nuovo millennio, non può più considerarsi innovativo.

Certamente il processo qui schizzato non può aver avuto, nell’ambito di una logosfera di impronta postmoderna, un orientamento uniforme né un decorso privo di contraddizioni. Tuttavia le discussioni degli anni Ottanta e Novanta – fino ad arrivare ai giorni nostri – sono state determinate in modo sostanziale da questioni geoculturali e geopolitiche che non si sono limitate soltanto al cyberspace, ma che hanno determinato anche spazializzazioni, mapping e remapping (Dimock/Robbins 2007) all’insegna del postcolonialismo così come dello scontro tra culture. Persino la stessa rappresentazione del Clash of Civilizations da parte di Samuel P. Huntingtons si potrebbe associare ad uno spatial turn in senso geoculturale e geostrategico. Mappature e rimappature ancor prima delle linee di frontiera e di confine, peraltro solo apparentemente stabili, sono da decenni all’ordine del giorno. Stando alle riflessioni di Amin Maalouf sarebbe necessario tradurre queste mappature – quali che siano i dati di partenza in base a cui sono state fissate – in mapping mobili, dotati di vita, per poter far fronte alle dilaganti territorializzazioni di ogni forma di alterità (cfr. anche Kristeva 1991).

Soprattutto nell’ambito della filologia manca a tutt’oggi un vocabolario terminologico sufficientemente preciso per concetti quali movimento, dinamica e mobilità. Si potrebbe persino arrivare a parlare di una colonizzazione dei movimenti da parte di una marea di concetti spaziali, che fissano e riducono concettualmente le dinamiche e le vettorizzazioni nel segno di una ossessiva spazializzazione, in quanto ignorano deliberatamente la dimensione del tempo.

Alla carenza di concetti di movimento corrisponde una forzata e controproducente riduzione dei processi e delle coreografie spazio-temporali a pietrificazioni spaziali e mental map, che filtrano e contemporaneamente eliminano l’elemento dinamico. Eppure sono molti i rischi di una spazializzazione che prescinda dal movimento.

Gli spazi si formano soltanto attraverso i movimenti. Questi ultimi soltanto generano uno spazio con i loro schemi e le loro figure, con gli incroci e le intersezioni che gli sono peculiari. Possiamo veramente cogliere lo spazio di una città senza considerarne la vettorialità? Possiamo veramente comprendere il senso di una sala conferenze o di una Area geopolitica, escludendo da esse i movimenti dei più svariati attori? Proprio la struttura aperta della letteratura dimostra l’impossibilità di una tale impresa – e non soltanto nell’ambito della letteratura di viaggio. I passage di Walter Benjamin costruiscono, ad esempio, non soltanto spazi, bensì configurano – proprio come il Passagen-Werk di Walter Benjamin (postumo 1982) preannuncia già a partire dal titolo – spazi di movimento flessibili e vettorizzati. Dunque lo spazio viene creato attraverso schemi e figure di movimento, cosicché la continuità di un determinato spazio dipende dalla continuità di quelle coreografie che lo hanno per l’appunto generato. Se determinati schemi di movimento si interrompono, si disintegrano anche i corrispondenti spazi con le loro demarcazioni: ciò accade sia per gli spazi architettonici o urbani sia per quelli nazionali e sopranazionali. La mutevolezza delle rappresentazioni dell’Europa offre a tal proposito, attraverso i secoli, un ricco materiale illustrativo.

La conservazione di vecchi (e persino futuri) schemi di movimento, che emergono per mezzo di movimenti attuali e che si possono nuovamente apprendere e intraprendere, si presta bene ad essere definita come vettorizzazione (Vektorisierung). Essa non riguarda solo ciò di cui l’individuo ha esperienza e ciò di cui può fare potenzialmente esperienza nella società: la vettorizzazione riguarda infatti anche l’ambito della storia collettiva, di cui ne conserva gli schemi di movimento in campi vettoriali posteuclidei delle dinamiche future, caratterizzati da discontinuità e da una molteplicità di fratture. Dietro gli attuali movimenti – e a ciò mira il concetto di vettorizzazione – è possibile riconoscere e percepire i vecchi movimenti. In quanto tali essi sono presenti nella struttura fissa degli spazi così come nel loro strutturarsi dinamico. Di conseguenza possiamo cogliere gli spazi in maniera appropriata soltanto se indaghiamo la complessità dei movimenti che li configurano insieme alle loro specifiche dinamiche.

Se ci si interroga sulle conseguenze di queste riflessioni nel campo dell’interpretazione dei testi letterari, è possibile anzitutto constatare la centralità che espulsioni, deportazioni e le più svariate forme di movimento hanno iniziato ad acquisire nel ventesimo secolo, il ‘secolo delle migrazioni’. Proprio lo sviluppo nel secolo scorso delle “letterature senza fissa dimora” (Literaturen ohne feste Wohnsitz) quali forme di scrittura translinguale e transculturale (cfr. Mathis-Moser/Mertz-Baumgartner 2007; Mathis-Moser/Pröll 2008; Ette 2005), ha reso mobili, in maniera più radicale e duratura rispetto a prima, tutti gli elementi e gli aspetti della produzione letteraria. Si assiste ad una vettorizzazione generale di tutti i riferimenti (spaziali) che riguarda anche le strutture delle letterature nazionali e della quale bisogna rendere conto sia dal punto di vista teorico-letterario che da quello terminologico.

La vettorizzazione nella letteratura fa ricorso non soltanto alla storia (collettiva) ma anche al mito: a quel repertorio di miti, i cui movimenti, accumulatisi e tramandatisi nel corso della storia, la letteratura nuovamente ‘traduce’ e integra in sequenze di movimento attuali. Per comprendere la/e letteratura/e europea/e dobbiamo includere nelle nostre riflessioni sia una Europa in movimento (Bade 2000) che – da una prospettiva transareale – una Europa come movimento (Ette 2009). Soltanto attraverso una tale prospettiva è possibile riconoscere, dietro i movimenti di un protagonista, molti schemi di movimento precedenti conservatisi nella loro vettorialità. Da questo punto di vista, ad esempio, l’esodo dall’Egitto o le peregrinazioni di Ulisse, ma anche la deportazione e il ratto di Europa o il leggendario viaggio di Colombo nel nuovo mondo conferiscono ai flussi migratori del ventesimo secolo un ulteriore potenziale di significato, che rivitalizza e intensifica dal punto di vista semantico anche le più semplici coreografie. Non soltanto le parole sotto le parole (cfr. Starobinski 1971) o i luoghi sotto i luoghi, ma proprio i movimenti sotto i movimenti denotano l’interconnessione tra letteratura e mobilità, così come l’importanza primaria per la comprensione dei processi sia letterari che culturali di quegli schemi di movimento vettorizzati che si sono conservati. Tuttavia data la mancanza di concetti di movimento, fenomeno ampiamente riconducibile alle filologie nazionali, allo stato attuale non si può parlare di un’elaborata poetica del movimento.

Si dovrebbe pertanto attuare un duraturo processo di sensibilizzazione, per indirizzare la ricerca scientifica dei processi culturali e letterari allo studio delle forme e delle funzioni del movimento, e promuovere il passaggio dalla mera “storia dello spazio” (Raumgeschichte) ad una “storia del movimento” (Bewegungsgeschichte). A tal fine è necessario elaborare un’accurata concettualità per i processi altamente vettoriali, che vada oltre, ovviamente, la letteratura di viaggio o le “letterature senza fissa dimora” (Literaturen ohne feste Wohnsitz) e che affronti le fondamentali questioni estetiche, semantiche e narrative della letteratura. Verranno dunque prese in considerazione, qui di seguito, una serie di distinzioni terminologiche.

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