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Lettera aperta

I contesti sopravvivono ai confini

I contributi che questo numero di Lettere Aperte ha accolto mirano a trovare l’algoritmo, o per meglio dire gli algoritmi, che letterati, editori e traduttori italiani del primo ventennio novecentesco hanno seguito trasferendo (secondo l’ambiguo senso del traducere-tradurre) alcuni lacerti della letteratura di lingua tedesca nel panorama autoctono. Questa operazione di traduzione-traslazione prevedibilmente arreca alle figure autoriali e ai testi stranieri censure e alterazioni, applicandovi, come inevitabilmente accade in ogni mediazione linguistica, ciò che potremmo semplicemente definire come il filtro della ricezione.

La decurtazione più importante, tuttavia, è forse quella di un elemento banale, al quale, per comprensibili ragioni di spazio e interesse, non è dato respirare con troppo agio, fra le pagine dei cinque studiosi. La perdita di un contesto, storico in primo luogo, e socio-culturale in secondo, quello tedesco da un lato, quello austriaco dall'altro (quando non austro-ungarico), radicalmente distinti da quello italiano, non costituisce infatti forse una prerogativa ineludibile per queste mut(il)azioni? Mutato il contesto, mutano radicalmente le prospettive attraverso cui vanno ponderati concetti, ad esempio, come quello di «modernità». È curioso osservare come, rispetto alle importazioni di cui si è detto, si manifesti a posteriori una scissione tra modernità e contemporaneità. Il microcosmo letterario germanofono ha superato di gran lunga quella «modernità» che, negli stessi anni, il microcosmo italiano va riproponendo come cifra della propria contemporaneità. La «modernità» è, per Tedeschi e Austriaci, qualcosa che si trova non nel mezzo, ma al termine di un processo di disgregazione e superamento. Il miraggio dell’eterna evoluzione, quintessenza del Moderno e del romanzo come sua diretta gemmazione letteraria, è qualcosa che non appartiene più al mondo germanofono di quegli anni. Esso è andato perduto svariate decadi prima, rispetto a quando avrebbe pervaso gli afflati innovatori delle riviste d’avanguardia italiane, e degli editori ad esse legati. La «modernità» è la contemporaneità del primo Novecento italiano, ma un passato, peraltro tutt’altro che seducente, per quello austro-tedesco, e questa non è che una delle numerose conseguenze dei due distinti decorsi storici che hanno coinvolto le due aree nel secolo precedente. Le avanguardie italiane, cui sottende un anelito auto-costituente, auto-legittimante e autonomistico, ma collettivo, non indiscriminatamente individualista e iconoclasta, assumono le sembianze di un organismo adolescente, e ne seguono la psicologia. Esse sono costituite da una classe di intellettuali, accomunati talvolta da poco più che dalla medesima nazionalità, impegnatissima ad applicare quanti più filtri possibili a ciò che vuole proiettare fuori da sé (un fuori-da-sé che è naturalmente l’establishment, accademico e non solo), e nel farlo essa, proprio come la psiche che si prepara all’età adulta, prende in prestito da quanto trova di più estraneo alla sua immediata prossimità gli elementi che servono alla sua auto-definizione: figure autoriali e testi stranieri. Se vogliamo seguire la metafora fino in fondo, la letteratura di lingua tedesca dei medesimi anni era come se avesse già terminato, e da molto, la propria adolescenza, e stesse anzi facendo i conti con la progressiva frantumazione di un’identità i cui più solidi frutti letterari e filosofici, quelli «moderni» appunto, nel senso classico di cui si è detto, avevano perduto buona parte del proprio mordente.

In seno a questa riflessione, il confronto tra non-coincidenza di «modernità» e contemporaneità letteraria di lingua tedesca, e coincidenza della prima, invece, con la contemporaneità italiana del periodo in questione, si può innestare un secondo ramo della nostra problematizzazione. La riscrittura (l’«autobiografia», nei termini di Fantappiè) del sé come altro, viene legata, in vario modo e secondo un variabile grado di intensità a seconda degli studiosi, alle operazioni di traduzione in lingua italiana dei testi in lingua tedesca, in particolare quelle di tendenza «militante-appropriante», come scrive Sisto. Evidentemente, anche questa componente della traslazione in area autoctona denuncia, negli intellettuali italiani, la stessa etica auto-narrativa e auto-propositiva. Ebbene, non potremmo vedere anche l’atteggiamento più marcatamente filologico, come una versione più discreta, meno patente, dello stesso identico istinto che porta su di sé l’altro non per conservarlo e consegnarlo, ma per portarlo a far parte di una nuova fase del sé, di una sintesi? Non è forse vero che siamo in fondo soltanto noi, lettori e studiosi del ventunesimo secolo, i veri positivisti? Piagati dalla brama di una sedicente “oggettività” che in verità nessuno ha mai conosciuto, non siamo noi, con gli odierni metodi, a tendere istintivamente alla ricostruzione del contesto - non senza sfiorare, sovente la nevrosi ossessiva - più che gli scrittori, gli intellettuali, i traduttori delle prime due decadi del Novecento italiano (e oltre)? E non potrebbe diventare allora un’operazione discutibile, quella cui si assiste in questi studi, questo trattamento tramite il nostro positivismo di un suo antenato quasi irriconoscibile, a dire il vero, come tale?

Potremmo lanciarla come una provocazione: nei termini in cui oggi l’intendiamo, la filologia amante della letteralità, allora, non esisteva. Si tratta di una filologia altra, da quella odierna, e potrebbe essere financo rischioso parlare di «letteralità», quando, pensando alle operazioni dell’epoca, resta pur sempre irrisolto il problema primario di un relativo disinteresse alla più ampia ricostruzione dei contesti, fra altri, anche linguistici. Perché resta pur sempre una letteralità che proietta le caratteristiche di un soggetto diverso e distinto da quello originario dell’autore straniero, una letteralità che inerisce poco altro che alle singole unità lessicali, non al contesto storico-linguistico nell’alveo del quale sono state scelte e redatte o, in termini ancor più generali, a quello socio-culturale. E sarebbe forse questo un aspetto sul quale il lettore dovrebbe sentirsi esortato alla cautela più ancora di quanto non paia necessario tra le pagine di questi studi. Il grado di fusione, insomma, tra “importatori” e traduttori da un lato, e figure autoriali straniere dall’altro, è una questione delicata, che soltanto nel caso di Tavolato/Kraus sembra apprezzabilmente riconoscibile, ma che con tutta probabilità riguarda una collezione di esempi ben più ampia di questa singola istanza.

Infine un problema, per così dire, di politica interna. Può dare origine a curiose considerazioni soffermarsi sul fatto che alcune delle voci più significative nell’ambiente delle riviste fiorentine, pensiamo a Slataper, Spaini e Tavolato, provenissero dalle “terre irredente” e fossero quindi di nascita ibridati alla cultura straniera che andavano importando. Una conseguenza scontata di questo dato potrebbe essere, naturalmente, che l’innata prossimità a una certa mentalità straniera, a un certo contesto sociale, avrebbero dovuto motivare prima, e sostenere saldamente poi, operazioni di traslazione di quella stessa cultura in Italia. Ma al di là del fatto che l’ex-area austro-ungarica non è in alcun modo sovrapponibile, sotto il profilo socio-culturale, con quella tedesca, e che quindi queste considerazioni sarebbero valide soltanto relativamente all’importazione di certa letteratura, fra quella discussa, non di tutta, non si può pensare che i «vociani triestini» fossero del tutto immuni a quel processo di riscrittura del sé come straniero di cui sopra. Anzi, l’approdo a Firenze mostra il contrario: è proprio nell’uscita dalla propria identità, nel riadattamento, nella decostruzione di essa che questa si afferma per ciò che è veramente.

Quale fine dobbiamo presumere aver fatto, dopo il trasferimento fiorentino, l’autenticità presunta di quella prossimità geografica e culturale? Ancora una volta, le operazioni di traduzione e traslazione della letteratura in lingua tedesca sono da considerarsi, anche per questi casi, veri tentativi di espansione dello scambio tra due fronti linguistici e culturali? O si trattava piuttosto di momenti di affermazione identitaria, da parte di intellettuali la cui posizione ed origine mai sufficientemente “italiana” li costringeva a muoversi verso le uniche realtà editoriali che si conformassero ai loro principî e alle loro ispirazioni? A ben vedere, queste erano realtà lontanissime, se non addirittura opposte, rispetto a quella oriunda, parzialmente coincidente con la realtà letteraria importata …

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