In principio era il Verbo. E alla fine? George Steiner e la crisi dell’umanesimo

Problemi di frontiera

Steiner pratica una critica letteraria incardinata su quelli che lui stesso definisce “frontier topics”,[15] problemi di frontiera. Formula domande liminari, che si collocano sul bordo piú esterno delle pratiche discorsive dell’umanesimo, e forzano i confini delle aree disciplinari tradizionali, oltre le quali si apre come un ‘vuoto’ del sapere, uno spazio percorso da fenomeni che si sottraggono alla culturalizzazione secondo le categorie epistemologiche classiche. La frontiera esplorata da Steiner è un limen ambiguo: può immetere in nuovi territori, ma può anche rappresentare il luogo dell’esaurimento e del crepuscolo, il non plus ultra della cultura occidentale. Steiner si fa spesso interprete di una cultura affascinata dalla fine, dalla demolizione, tentata dall’apocalisse, interessata a sondare l’esaurirsi delle cose, il loro statuto terminale. Di questa entropology fa parte anche l’interrogativo sulla fine del libro, allineato alle altre domande che, indagando la fine, la evocano e la materializzano, la rendono possibile per il fatto stesso di averne formulata l’ipotesi. Nello sguardo di Steiner il tramonto della civiltà del libro non è un’eventualità, è un realtà da comprendere e da affrontare con gli strumenti concettuali adeguati. Le estensioni tecnologiche che l’uomo applica alla cultura non sono dispositivi neutrali, sono agenti che modificano le modalità di costruzione ed elaborazione del sapere.[16] La diluizione del libro nel sistema mediale, la de-alfabetizzazione conseguente all’alluvione democratico-demogagica, la marginalizzazione del linguaggio in quanto centro organizzatore e mediatore dell’esperienza, sono fenomeni in atto che compiono una irreversibile trasformazione dei paradigmi della conoscenza.

Le pressioni del sistema editoriale, organizzato su scala industriale, impediscono allo scrittore di perseguire l’ideale classico della perfezione formale e concettuale: costruire un monumento, costruire coerentemente l’architettura della propria opera è reso impossibile dalle esigenze della produzione che impongono una coazione alla scrittura e sabotano i tempi di decantazione della creatività. (1972e, 297-303). Nella post-storia la parola si smarrisce nel frastuono dell’esplosione mediale, che struttura un’esperienza culturale condivisa, comunitaria, determinata dall’imperativo di interconnessione che scaturisce dagli agenti della simultaneità (1972f, 371-372). Il genere decisivo della piena modernità, il romanzo, si è disseminato in narrazioni critico-informative, non finzionali, ibride, che cercano di riprodurre la complessità dell’essere nel nuovo contesto mediale.[17] La letteratura sovverte la forma simbolica, il libro, alla quale sembrava indissolubilmente legata, rappresentandosi, dentro le opere, come un caos di fogli mobili, come un avvenimento e una performance, come un processo incompiuto che semplicemente accade, insieme al mondo.[18]

I segni della trasformazione in atto sono leggibili anche attraverso la crisi inflattiva che frastorna la produzione libraria, responsabile di quel trionfo del secondario che è uno dei temi ritornanti della critica di Steiner.[19] La proliferazione parassitaria delle scritture di secondo grado rivela per Steiner l’esaurirsi della creatività primaria, l’insufficienza del talento e lo smembramento del genio in tante piccole intelligenze parziali. Al netto del tono apocalittico, ancora una volta l’intuizione di Steiner è corretta: il mutamento delle piattaforme espressive sta modificando la funzione autoriale e soprattutto le forme della sua rappresentazione. Il principio testuale non si coagula piú intorno alla fisionomia statuaria del grande ‘creatore’: si distribuisce lungo circuiti di creatività diffusa, secondo una logica reticolare, che produce aggregazioni provvisorie e puntuali di pratiche e di linguaggi, strutturate in nodi che compongono comunità effimere, subito riassorbite dal flusso della comunicazione. Le tipologie e le richieste del pubblico sono frammentate, con la conseguente frammentazione della funzione autoriale e dell’univocità della sua presa sulla parola. Se non si è ancora giunti, a causa di inevitabili sopravvivenze e feticizzazioni commerciali dell’immagine dell’autore, al beckettiano “che importa chi parla?”, è comunque arrivato il momento, previsto da Foucault, di riconsiderare il principio autoriale e la funzione di attribuzione dei discorsi come fenomeni mobili e variabili, strutturati in articolazioni complesse.[20]

Gli strumenti a disposizione della critica tuttavia, tarati su un sistema istituzionale incardinato sulla forma ‘monografica’, e collaudati per operazioni di attribuzione del valore sintonizzate sulla concezione classica, monologica, della creatività, sempre venata da residui biografistici, non sono adeguati ad agire in un contesto nodale e reticolare. Sempre piú in difficoltà rispetto alla definizione del valore degli autori e dei testi, disorientata dalla diffrazione delle pratiche discorsive, la critica si sclerotizza nel prestigio di uno statuto sociale e professionale che favorisce le carriere del secondario, generando mediatori professionisti la cui attività crea un sistema di filtri che attutisce il contatto non tanto, come vuole Steiner, con i testi primari, ma soprattutto con l’azione dirompente del flusso mediale.[21] Secondo una strategia di occultamento dei mutamenti che determina una sostanziale abdicazione alla responsabilità essenziale della critica, tanto piú urgente quando la tradizione si sfalda e la coesione del socioletto culturale viene meno: favorire, attraverso la lettura, la formazione di “esseri umani integrali, con l’esempio della precisione, della paura e del piacere”. Un impegno senza il quale, soprattutto nel momento in cui l’ipertrofia comunicativa rende molto complesso ‘agganciare’ e ritagliare oggetti estetici che abbiano una autentica funzione conoscitiva, “persino la creazione può cadere nel silenzio.” (1972b, 26).

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