Libertà di Verga ovvero come il testo rovescia l'ideologia dell'autore

Un confronto imprevisto e illuminante con una novella di Kipling

Per spiegare meglio come funziona questo meccanismo di rovesciamento delle intenzioni di partenza voglio portare un esempio, lontanissimo da Verga, dove però assistiamo allo stesso meccanismo, e anzi in un modo ancor più emblematico: il racconto Lispeth (1886) di Kipling (da questo racconto, sia pure attraverso una serie di mediazioni, deriva la Madama Butterfly di Puccini, 1904). Anche questo racconto si ispira a convinzioni colonialiste e razziste che poi l’autore ribalta puntualmente. La protagonista, Lispeth, orfana di due montanari dell’Himalaya, viene educata da un pastore protestante e dalla moglie come una bianca. Essa si distacca dalla sua gente che “la odiava perché era diventata una donna bianca” (Kipling 2007, 4).Ad un certo punto casualmente incontra un giovane inglese che durante una gita era caduto e si era ferito, lo riporta a casa, lo cura, se ne innamora e ‘decide’ di sposarlo: “selvaggia di nascita, non si prendeva la briga di tenere nascosti i suoi sentimenti, cosa che divertiva l’ingleseˮ (ibid., 6). Quando il giovane capisce le intenzioni di Lispeth “rise un bel po” (ibid., 5), ma, d’accordo con i genitori adottivi, non se la sente di disilluderla, talmente la convinzione della ragazza è profonda e tranquilla. Perciò, tutt’e tre preferiscono farle intendere che il giovane ritornerà e la sposerà. La ragazza crede alle promesse e aspetta ostinata e fiduciosa, fino a quando i genitori adottivi le fanno conoscere la verità, e cioè che “l’inglese aveva promesso di amarla solo per tenerla buona, e che egli non aveva mai avuto nessuna intenzione seria, e che era sbagliato e inappropriato da parte di Lispeth, pensare al matrimonio con un inglese, che era di una pasta superiore.” (ibid., 6) .Lispeth dapprima non vuole crederci, e quando poi alla fine si deve arrendere ai fatti e rendersi conto che era stato tutto e solo un inganno dichiara: “Ritornerò dal mio popolo […]. Voi avete ucciso Lispeth. […] siete tutti bugiardi, voi inglesi” (ibid., 7). Come dicevo, il racconto è ispirato alle convinzioni imperialiste e razziste di Kipling, e cioè alla sua idea che non si dovessero in nessun modo incoraggiare tra i nativi illusioni di uguaglianza – come invece facevano certi rappresentanti ‘troppo buoni’ dell’Impero, a Kipling invisi –, che poi non potevano comunque essere soddisfatte, e avrebbero prodotto solo frustrazione e rabbia. Con questo racconto l’autore intendeva ‘dimostrare’ questo suo teorema. E tuttavia, è evidente che “questo tema è quasi completamente oscurato dalla sua ammirazione per la ragazza e dalla sua evidente insistenza sulla superiorità di Lispeth nei confronti dei suoi custodi inglesiˮ (McClure 1981, 51). Insomma, leggendo noi ci dimentichiamo dei presupposti e sottointesi ideologici del suo racconto, e sentiamo che le ragioni sono dalla parte della savage girl e che davvero ‘tutti’ gli inglesi e ‘tutti’ i colonialisti sono “menzogneri”. Ciò che era lontanissimo dalle intenzioni coscienti di Kipling.

Ebbene, qualcosa del genere accade nel racconto di Verga. Infatti, anche se Verga lo ha scritto per denunciare il pericolo che certe illusioni ‘troppo democratiche’ incautamente messe in circolazione dalle classi dirigenti nazionali vengano prese sul serio dai contadini meridionali, anche se lo ha scritto spinto da idee politiche conservatrici e autoritarie, di fatto ci mette davanti ad una verità scandalosa, che va ben al di là di una ideologia “monarchica e crispina”; ci svela che la libertà borghese è non è per tutti, che è un privilegio a cui hanno diritto in pochi, e che comunque non riguarda i diritti sostanziali alla terra, al lavoro, alla ricchezza. Difficile immaginare che la nuova classe dirigente nazionale di cui lo scrittore faceva parte potesse proclamare in modo tanto franco e duro verità così sgradevoli.

La negazione che afferma come modello per comprendere Libertà

E d’altra parte Verga non proclama queste verità, bensì le afferma solo per via di negazione, facendo una specie di controesempio. E’ d’altra parte una antica tradizione quella che permette agli scrittori di dare voce a coloro che criticano e si ribellano ad uno stato di cose esistente, solo a patto di affidare queste critiche a personaggi che poi si dimostrano così estremi e irritanti che diventa impensabile per i lettori ‘sopportare’ di restare fino in fondo dalla loro parte. E’ insomma solo perché in definitiva non si può non dare torto ad antagonisti tanto ‘barbari’, è solo perché alla fine ogni lettore ragionevole deve prendere le distanze da essi, che si può lasciare che con le loro parole e azioni diano espressione a istanze di critica e insubordinazione almeno in via di principio condivisibili. Si pensi qui alla Medeadi Euripide, che certo alla fine si mette definitivamente dalla parte del torto, ma che durante la pièce esprime critiche aspre eppure convincenti contro l’organizzazione patriarcale della società.

Questo accade anche nella nostra novella: Verga può dare qualche ragione al popolo e alla sua esigenza rabbiosa di liberarsi dalla schiavitù economica e sociale solo perché gli dà in definitiva torto, solo perché ce lo rappresenta come sospinto da istinti e pulsioni brutali. In altre parole ancora: può mettere in discussione il diritto borghese moderno come inficiato da pregiudizi di classe solo perché ci mostra che l’alternativa è la barbarie. Il che non significa certo che questo procedimento sia solo un escamotage. Voglio dire che come interpreti non dobbiamo minimizzare la violenza dei contadini per poter meglio valorizzare le ragioni della loro protesta. Così come non dobbiamo minimizzare la violenza di Medea e quella di Shylock per renderli così più rispettabili ai nostri occhi di lettori politicamente e moralmente corretti. Con quelle violenze dobbiamo fari i conti e non trattarle solo come esagerazioni dipendenti dai pregiudizi dell’autore. La verità poetica dei contadini in rivolta di Verga, le loro ragioni stanno anche e proprio nelle azioni terribili che compiono, corrispondano esse o no a fatti storicamente accaduti

La libertà risorgimentale come ‘misplaced idea’

Torneremo sul tema della violenza. Ma intanto, per approfondire la nostra interpretazione di Libertà in una chiave che la liberi dai suoi riferimenti troppo specifici alla realtà siciliana, vorrei adoperare qui l’ipotesi formulata da Roberto Schwarz (1992) in un suo saggio dedicato alle misplaced ideas. Non importa che Schwarz abbia in mente autori brasiliani, la logica delle ‘idee fuori posto’ riguarda tutti gli scrittori delle periferie a qualunque nazione appartengono. Secondo Schwarz si tratta di idee (ma anche di concezioni e forme di vita) nate nelle metropoli che vengono trapiantate nelle periferie dove i nativi le interpretano in modo ‘sbagliato’, esagerato, sfasato, estremo, ecc. Ne derivano effetti di misunderstanding di cui la letteratura delle periferie reca abbondante testimonianza. Però: allorché gli scrittori ci raccontano di questi ‘strani’ effetti essi non intendono tanto e solo criticare l’arretratezza culturale dei periferici bensì mostrare come il lato contraddittorio di certe idee o modi di vita metropolitani si rivela meglio quando questi vengono traumaticamente trasferiti in periferia. In quei casi si può dire che quello che ai livelli superficiali del testo appare come un misunderstanding corrisponde in realtà ad una demistificazione.[4]

In questo senso il nostro racconto si regge tutto su un misunderstanding potente quanto rivelatore. Infatti, è appropriato dire che le idee di libertà elaborate tra Torino e Milano vengono equivocate a Bronte dai contadini “che nella loro ignoranza, non potendo capire che cosa fosse la libertà, ne avrebbero [secondo Verga, S.B.] stravolto il senso in un loro modo assurdo e pazzesco” (Trombatore 1970, 26). Insomma, gli ideali risorgimentali trapiantati improvvisamente in Sicilia si rivelano più che mai misplaced ideas, data l’“incapacità di astrazione ideale” (Mazzacurati 1974, 203) con cui i contadini li interpretano; vero, salvo ad aggiungere che Verga ci presenta questi equivoci come illuminanti. Che i contadini in rivolta siano mostrati come incapaci di “astrazione ideale” è solo in prima istanza una manifestazione di “ingenuità” e “confusione”, in seconda e ultima istanza vale piuttosto come una critica implicita a chi aveva inteso la nuova e libera Italia solo come una “astrazione ideale”. Lo storico specialista in Risorgimento non lascia dubbi in proposito allorché scrive, commentando proprio la nostra novella: “Sono gli equivoci della libertà. Tocchi qualcosa dell’edificio sociale e rischia di venire giù tutto” (Isnenghi 2011, 97). Tali equivoci insomma rivelano le aporie del nostro Risorgimento, della nostra Unità nazionale. E, più in generale, di ogni Rivoluzione fatta a metà, che escluda i molti a vantaggio dei pochi.

E la logica del rovesciamento di prospettiva vale anche per la violenza cieca e crudele di cui danno prova i rivoltosi a Bronte che, come già dicevo, non può non impressionarci e finanche disturbarci. Infatti, la rappresentazione che ce ne dà Verga disumanizza i contadini che ci appaiono come esseri animaleschi: “Anche il lupo allorché capita affamato in una mandra, non pensa a riempirsi il ventre, e sgozza dalla rabbia” (Verga 1992, 320). Ma anche quando la comparazione con gli animali non è esplicita è pur sempre latente, come quando scrive che il popolo è come eccitato dall’odore del sangue: “Non era più la fame, le bastonate, le soperchierie che facevano ribollire la collera. Era il sangue innocente” (ibid., 321); “E il sangue che fumava ed ubbriacava” (ibid., 319). Senza contare certi richiami di tipo pressoché cannibalesco: “volevano le carni della baronessa, le carni fatte di pernici e di vin buono” (ibid., 321); “Se quella carne di cane fosse valsa a qualche cosa, ora avrebbero potuto satollarsi, mentre la sbrandellavano sugli usci delle caseˮ (ibid., 320). Non è dunque senza ragione che alcuni hanno parlato di una visione colonialista e razzista del popolo: “vi è in questa pagina di Libertà un prototipo di storia coloniale, scritta da un moderato che non riesce più a controllare le sue fobie razziali e il suo terrore atavico del diverso” (Mazzacurati 1974, 193). Anche in questo caso però occorre saper andare oltre la superficie di un discorso che indubbiamente risente di pregiudizi antipopolari. Chiunque legga sente infatti che quella violenza disperata e cieca è a sua volta il risultato di una situazione storica e sociale disperata e cieca. Ne è come il prodotto necessario.

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