In principio era il Verbo. E alla fine? George Steiner e la crisi dell’umanesimo

Collaborazione critica

Per rispondere alla crisi della parola, prigioniera nel labirinto delle mediazioni,Steiner visualizza l’ipotesi distopica di un mondo senza critica. Immagina una pseudoplatonica ‘Repubblica del primario’, dalla quale è bandito ogni metadiscorso. Un mondo nel quale non il poeta, ma il critico è messo fuori legge. Un esperimento mentale che serve a comprendere se le opere d’arte possono sopravvivere in una “comunità immaginaria dove non sarebbero esaminate, valutate, dove sarebbero private dell’apporto delle energie dell’interpretazione e delle discipline della comprensione.” L’ostracismo della critica, la creazione intorno all’opera di un silenzio passivo e non complice, minerebbe la possibilità della creazione? “Niente affatto” (1992, 20), risponde provocatoriamente Steiner. Perché ogni forma di arte contiene un atto critico[22], quasi sempre capace di penetrare piú a fondo, proprio in quanto interno al processo stesso della creazione, rispetto a qualunque applicazione critica esterna.[23] L’interpretazione è una specie particolare dell’esecuzione. Viceversa, la creazione è critica, e allo stesso tempo ingloba la critica, prevede la critica, critica se stessa. L’opera include l’orizzonte del fruitore e dell’interprete, delle sue istanze, delle sue reazioni e perfino delle sue potenzialità creative e ricreatrici.

La civiltà occidentale ha progressivamente istituito un sistema di filtri tra sé e i dispositivi conoscitivi dell’arte. Ha attutito e depotenziato la forza primaria della creazione, cercando di addomesticarne le energie eversive,[24] cercando di eludere la vera presenza attraverso “le immunità dell’obliquità.” (1992, 48).Tanto che perfino alcune delle piú significative esperienze creative hanno assunto, nella fase estrema della modernità, le sembianze del commento, lungo un processo sempre piú esplicito che assume anche una sua fisionomia formale: l’indeterminazione del senso che riverbera intorno alle opere letterarie interagisce con l’indeterminazione dei generi e produce la forma ibrida tipica della modernità, la forma del saggio che approfitta dello spazio bianco messo a disposizione della molteplicità dei significati per istallarsi dentro le opere. Si tratta di una sorta di ‘talmudizzazione’ delle pratiche di scrittura: un sistema di glosse che si struttura in senso concentrico intorno a un centro vuoto. L’ebraismo, del resto, è la religione del commento, dell’infinita glossa che si compone intorno alla creazione.[25] E nell’inesauribile potenzialità dell’interpretazione si nasconde sempre la deviazione dell’eresia: proprio a partire dalla possibilità creativa inscritta nel tradimento la critica può rovesciare il senso della propria funzione, trasformandosi da strumento di mediazione, controllo e attenuazione delle pratiche discorsive a principio dinamico di riattivazione dei discorsi, strategia di fluidificazione della scrittura e di attraversamento del testo.[26] Il commento può diventare una contraddizione del testo, una riapertura, una fessura praticata nella compattezza del dogma.[27] Per questo la critica autentica dovrebbe rifiutare di definirsi e concludersi in una teoria, di riassumersi in una sistemazione generale dei propri principi ermeneutici. L’idea di una teoria critica delle arti è un ‘errore di categoria’, un’appropriazione indebita della prassi scientifica. La critica non può trascendere il linguaggio come strumento della propria formualzione: ogni processo di astrazione e di generalizzazione trova nella lingua il proprio stesso limite. Le formulazioni teoriche, in quanto non sottoponibili al processo di verifica e validazione sperimentale proprio della scienza, sono ammissibili solo in un’accezione metaforica e imitativa. Quando avanzano pretese di universalità, diventano strumenti della repressione e del potere accademico.[28]

La critica è una manovra di approssimazione al significato che si muove col passo divagante, provvisorio, tentativo del racconto. Partecipando della natura della narrazione, la critica conferma di essere coestensiva rispetto alla creazione.[29] Analizzando il dipinto di Chardin Le Philosophe lisant, in limine alla raccolta di saggi No passion spent, Steiner afferma che in ogni atto di lettura è latente l’impulso di scrivere un altro libro in risposta. “L’intellettuale è, semplicemente, un essere umano che legge i libri con una matita in mano.” (1997a, 15). E l’autentica lettura ben fatta è una relazione creatrice con il libro, una collaborazione al senso.[30]

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