Il Wilhelm Meister della «Voce» nel cantiere del romanzo italiano

7. Dall'autobiografia al romanzo

La traduzione dei Lehrjahre è dunque parte integrante del progetto vociano di costruire l'uomo moderno, un uomo “intero” capace di vivere organicamente i dilemmi del tempo presente, in particolare quello che, almeno per i vociani di Trieste, è il dilemma a cui si riconducono tutte le opposizioni: il conflitto fra cultura letteraria e cultura commerciale (cfr. Abruzzese 1970). Wilhelm Meister, che dopo l'esperienza del viaggio in Italia vede «la vita del commercio» come «un cerchio più largo di vita» (Slataper 1956, p. 259) e che dall'infatuazione per il mondo del teatro arriva infine a scegliersi una professione utile, è il personaggio che può incarnare più compiutamente il paradigma del nuovo intellettuale moderno, nutrito di una solida coscienza umanistica ma anche di un'autentica cultura commerciale. Non si tratta semplicemente di un ideale etico, ma della costruzione di una concreta proposta ideologica: basti pensare che, mentre Spaini e Pisaneschi curano l'edizione del romanzo, Slataper sostiene a Trieste l'apertura dell'università commerciale «Revoltella», un'istituzione dove gli aspiranti Wilhelm possano apprendere l'arte della “partita doppia” tanto quanto la storia letteraria, per diventare «forti e intraprendenti teste direttive» (Slataper 1954, pp. 122-130).

Questa visione altamente etica del lavoro e del commercio resta comunque esposta a derive reazionarie, implicite nella tendenza ad accettare lo status quo, aderendo alle scelte della classe dominante: come accade al protagonista goethiano, per il quale la realizzazione personale finisce per coincidere con il riconoscimento del “destino” stabilito per lui dalla Società della Torre, così per i giovani della «Voce» il desiderio di integrazione rischia di attuarsi solo «accettando 'il lavoro' e 'l'ordine' della società esistente» (Luperini 1977, p. 46). È una contraddizione che lo scoppio della guerra metterà a nudo, spezzando il fronte di quanti hanno tentato fino a quel momento di prendere attivamente parte alla costruzione dell'Italia moderna, Slataper per primo. I vociani che sopravvivono al conflitto si disperdono negli anni successivi, tanto in senso geografico (Spaini viaggerà in lungo e in largo per l'Europa come giornalista), quanto in senso ideologico, prendendo direzioni diverse e aderendo in molti casi al fascismo in ascesa. La stagione della «Voce» si conclude senza aver lasciato alla cultura italiana le grandi opere che i suoi protagonisti si erano proposti, e per quanto essi stessi contribuiscano ad alimentarne il mito – Stuparich curando le opere e i carteggi di Slataper; Spaini e Prezzolini raccontandone l'esperienza nell'Autoritratto e nel Diario – i suoi meriti sembrano spesso solo quelli di aver dato testimonianza di una «crisi».

Eppure il ripensamento creativo della tradizione letteraria stimolato dai vociani è radicale. Se si pensa alla loro attività in termini di trasformazione del repertorio – trasformazione che non è indotta solo dalla pubblicazione di opere originali, ma anche dalla reinterpretazione di quelle del passato attraverso l'attività critica, e dall'ampliamento a quelle straniere attraverso le traduzioni [15] – allora il contributo dei vociani risulta decisamente più profondo. La traduzione del Wilhelm Meister, in particolare, sancisce importanti acquisizioni all'interno di almeno tre ambiti diversi: in primo luogo nell'affermarsi di una nuova idea di traduzione, che in termini contemporanei potremmo definire “professionale”; in secondo luogo nella costruzione di un modello di riferimento ideologico per la moderna borghesia colta; e infine a favore della rivalutazione del romanzo come genere letterario della modernità, rivalutazione destinata a consolidarsi soprattutto grazie all'attività di Borgese nei successivi anni venti. 

I tre aspetti sono del resto interconnessi: l'attenzione alle traduzioni (che, almeno nel caso del tedesco, è efficacemente espressa dalla polemica di Spaini e Mazzucchetti contro Ciampoli) obbliga i traduttori a porsi problemi specifici (di costruzione, di stile) intorno alla forma romanzo, problemi che evidentemente non era necessario formulare finché gli stessi romanzi venivano letti in francese. E la riflessione su questi problemi, che occupa il periodo di apparente “buco” tra i proclami antinarrativi della «Voce» all'inizio degli anni dieci e la rivalutazione del romanzo negli anni venti, nasce a sua volta, nei traduttori, dalla riflessione sulla modernità, dal bisogno di esprimere in termini letterari le preoccupazioni di una determinata fase storica.

Il Wilhelm Meister favorisce questo processo anche perché, per la sua forma intermedia fra autobiografia e romanzo, ben si presta a fare da “ponte” tra queste due diverse mentalità: l'opera va infatti incontro prima al desiderio di “verità autobiografica” espresso da Prezzolini e da Papini; e poi alla nascente sensibilità che vuole edificare il romanzo moderno. Qualcosa di simile accade a Il mio Carso di Slataper: acclamato negli anni della «Voce» come autobiografia lirica, verrà riletto nel 1922 da Stuparich come «il romanzo di Pennadoro» (Stuparich 1950, p. 130). La predilezione per l'autobiografia imposta dalla «Voce» si rivela insomma meno dannosa del previsto allo sviluppo del romanzo: quanti la praticano (Slataper come scrittore, Spaini e Pisaneschi come traduttori) si trovano infatti obbligati a misurarsi con problemi poco interiori e molto strutturali, concreti. Non leggono ancora il Wilhelm Meister come un romanzo vero e proprio, ma contribuiscono a orientare la riflessione in questo senso, rifiutando la nozione di “frammentismo” e affermando che sia il Wilhelm Meister che l'Ofterdingen di Novalis sono opere armoniche e coerenti, in virtù della presenza al loro interno di una linea progressiva di sviluppo, di svolgimento dell'individualità del personaggio. Il discorso è formulato con estrema chiarezza nella tesi di laurea di Rosina Pisaneschi: mentre Spaini sembra mantenersi più fedele al maestro Prezzolini (il titolo “più vociano” della sua tesi, Federico Hölderlin. Storia dell'uomo e dell'artista, pone ancora nettamente l'accento sull'importanza del momento autobiografico), Pisaneschi va più fiduciosamente nella nuova direzione aperta dal professor Borgese. Una fiducia che a quanto pare Borgese ricambia, poiché le affida l'incarico di ulteriori traduzioni dal tedesco per Carabba (mentre quella di Herder, l'unica progettata con Spaini, naufraga misteriosamente) e con la sua dichiarata approvazione. Non è senza una punta di dispetto che Spaini, scrivendo a Prezzolini da Berlino nel 1912, gli racconta di come «la P.» sia stata «lodata e stralodata da Borgese per il suo Ofterdingen» [16]. Resta il fatto che, per formazione, inclinazioni personali e per le vicende che si trovano a vivere,  «Spa» e «la P.» diventano materialmente dei “ponti” che collegano, attraverso il Wilhelm Meister, il mondo vociano degli anni dieci a quello che Borgese inaugurerà negli anni venti.

La lettura del Meister data da Slataper e Prezzolini, e poi da Spaini e Pisaneschi,  è inoltre, lo si è detto, una lettura della modernità. Il saggio che Spaini pubblica sulla «Voce» del 1914 contribuisce a far sì che lo scrittore tedesco si mantenga uno dei punti di riferimento dell'epoca: non Kafka né Joyce, dunque, ma ancora Goethe sarà nei primi anni del Novecento l'autore privilegiato attraverso cui porsi il problema dell'età moderna, con le sue grandi possibilità e le sue continue minacce. È allora importante tenere conto di un ultimo elemento: la modernità che in Goethe vedono Spaini e Pisaneschi è quella delle grandi promesse di emancipazione, quella in cui l'anima si sviluppa e sviluppandosi trova il suo posto nel mondo, quella in cui tutti hanno “diritto di parola” - quella insomma che, come i Lehrjahre, finisce bene. Ma Goethe ha raccontato anche il lato oscuro di quella stessa modernità: è la modernità che distrugge Werther, che affoga l'apprendista stregone, che dà a Faust potere e disperazione fuori misura. Sarà Borgese a occuparsi di questo secondo e più spinoso aspetto del problema, ponendolo in forma di dilemma tragico: l'attenzione non sarà più rivolta solo alle opportunità offerte all'uomo dall'epoca moderna, ma anche ai costi umani che essa impone. Analizzando la figura di Mefistofele nel Faust, traducendo il Werther – e dando, con Rubé, una forma artistica alla sua riflessione – Borgese si spingerà così dentro il Novecento, analizzando della modernità anche il volto più violento e distruttore.

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