Libertà di Verga ovvero come il testo rovescia l'ideologia dell'autore

Dell’utilità di leggere i testi nazionali in un prospettiva teorico-comparatistica

Il saggio che segue non è solo un saggio su un racconto di Verga. Vorrebbe anche essere la dimostrazione di quanto possa essere produttivo affrontare un testo della tradizione italiana secondo un approccio conseguentemente teorico e comparatistico. Non si tratta certo di un metodo originale, ma la mia convinzione è che esso potrebbe rivelarsi vantaggioso per gli studi di italianistica proprio in quanto sono ancora molto caratterizzati in senso opposto, in senso storico-nazionale.

Ma cerco di spiegarmi meglio e comincio con l’approccio teorico. Intendo considerare il testo come un caso esemplare utile per comprendere certe questioni di carattere e portata generale sul funzionamento della letteratura. Nel caso qui esaminato la questione in gioco è presto detta: si tratta di capire se e soprattutto come un testo superi e al limite contraddica l’ideologia di partenza dell’autore e della sua classe e cultura di appartenenza. Si dirà che è una vecchia questione, già ampiamente dibattuta. E’ vero, ma intanto resta una questione aperta da prendere sul serio, e non la si può certo affrontare richiamandosi a una concezione astorica e sublime della letteratura, bensì sulla base di assunti razionali e materialistici. Inoltre tale questione è più che mai tornata attuale con l’avvento degli studi culturali e soprattutto dell’approccio postcolonial, che tra l’altro potrebbe benissimo essere applicato ad un testo che per molti aspetti ci racconta un episodio ‘coloniale’ come Libertà di Giovanni Verga(1882). Torneremo su questo, per ora mi limito a dire che affrontare un testo canonico con questo spirito ci aiuta a tentarne una lettura più universale, meno italiana. Soprattutto se si tiene conto che non si tratta qui solo di contestare l’approccio ideologico, ma di contribuire a proporre una valida alternativa ad esso proprio a partire dal testo in questione, e anzi facendo dell’analisi del testo una sorta di esperimento per avvalorare un modello interpretativo più persuasivo di quello proposto da quegli studiosi.

Per quanto riguarda l’altro approccio, che è più che mai connesso al primo, diciamo che questo saggio vorrebbe anche provare a suggerire come sia produttivo studiare il testo di un autore italiano in una prospettiva radicalmente comparatistica, che situi il singolo testo su di uno sfondo di Weltliteratur. Da questo punto di vista resta per me esemplare Mimesis di Auerbach (1946) e soprattutto il primo capitolo dove lo studioso mette a confronto l’Odissea e La Bibbia. Due stili diversissimi che però comparati secondo certi ben definiti criteri e parametri gettano luce l’uno sull’altro. Questo per me è l’approccio comparatistico più interessante, quello che non lavora solo sulle influenze accertabili tra testo e testo, ma coglie nessi più di fondo, di lungo periodo, transnazionali. E’ un approccio estraniante ma proprio perciò, se condotto con rigore, può risultare illuminante. Faccio un esempio più pertinente al mio caso: Francesco Orlando ha studiato Il gattopardo senza tenere praticamente alcun conto delle influenze italiane su Tomasi di Lampedusa, staccando quel romanzo insomma dal contesto nazionale o, peggio, regionale, e tenendo invece conto di analogie e differenze con opere e autori apparentemente lontani. Questo mi pare il caso del confronto tra due Principi, Amleto e il Principe di Salina; nessuna superficiale evidenza testuale testimonia di questo nesso, esso si può stabilire sulla base di una astrazione, e cioè “sulla base di una contraddizione fondamentale” che può essere enunciata così: “la contraddizione fra un compito, imposto dalla propria posizione e dalle circostanze, e un difetto della capacità di decidere e di agire”, “null’altro in comune hanno, evidentemente, il giovane principe da tragedia e quello maturo da romanzo; ma questo non è poco” (Orlando 1998, 36). E infatti, non è poco, se poi il confronto con quel personaggio illumina di colpo quella che è davvero “la contraddizione fondamentale” del Principe Salina e in fondo del romanzo tutto. Ora, per quanto mi riguarda quello che ho fatto è stato di studiare il racconto di Verga sulla base di una costante tematica molto generale: la rappresentazione della condizione periferica come ‘l’altra faccia’ del progresso. Il che assomiglia quasi ad un paradosso che possiamo riassumere così: per certi scrittori l’arretratezza delle periferie costituisce lo specchio rovesciato e rivelatore della modernità delle metropoli, delle sue contraddizioni. O altrimenti detto, per quegli scrittori la rappresentazione del Sud chiama sempre in causa il Nord, e più in generale il vigente corso del mondo. Il che ha come effetto di liberare il campo da visioni localistiche e rende invece possibile confronti ben altrimenti interessanti e pregnanti tra scrittori e opere anche lontani.

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